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Ho sognato il mio nome.

Storie di vita4 minuti di letturaAutrice: Consuelo Quattrocchi

Quando ero piccola mi piaceva specchiarmi e guardarmi: ero io nella mia interezza.

Poi, sono cresciuta e lo specchio, ad un certo punto, è diventato il mio nemico.

La mia interezza era andata in frantumi e vedevo solo pezzi di me sparsi come in un puzzle in cui qualcuno si era divertito a smarrire l’immagine.

I pezzi erano così piccoli da non sapere più da quale iniziare.

È difficile ricostruire l’immagine di qualcuno che non si conosce più, eppure quel qualcuno ero io, ma non mi riconoscevo più: così indifesa, così insicura da non sembrare più io.

Lui aveva giocato bene le sue carte, si era mostrato un amante amorevole, dolce e premuroso e questo mi bastava per credere che sarebbe stato un buon marito e un buon padre.

Dopotutto, ero cresciuta in una famiglia che non aveva mai ostentato grandi ricchezze ma certamente non ero mai andata a letto digiuna d’amore.

Mio padre è stato un uomo affettuoso e rispettoso con tutte le donne della casa. A lui non ho mai confessato delle violenze che ho subito nel corso di questi anni e francamente non so se mai riuscirò a raccontarglielo.

Mi manca il mio Paese e mi mancano i miei genitori sono anni che non torno più nella terra che mi ha vista crescere.

Lì ho vissuto la mia vita felice: la scuola, gli amici, la danza.

Amavo danzare, mi sentivo libera, sicura, bellissima e felice.

Forse per questo non sono più riuscita a ballare, a muovere nemmeno dei semplici passi perché la danza viaggia sulle frequenze dell’anima, sulle onde di una propria identità e gli anni con lui mi hanno strappato sia l’una che l’altra.

Quando sono arrivata in quel B&B ero ancora una bambina piena di sogni e speranze. Lui rappresentava tutto per me ed io ne ero sinceramente innamorata.

Poi, la bambina è diventata madre del primo figlio ma quella gioia è stata baciata anche dal dolore di sentire, che purtroppo, mio figlio non era sano come avrei voluto. L’accettazione del male è doloroso per una madre e incomprensibile per un padre.

La condizione di nostro figlio e i problemi economici che ci soffocavano ci portarono nel corso degli anni a cambiare spesso dimora. Nessun posto era casa. Vagavamo come le nostre anime che si stavano perdendo per motivi diversi. In quegli anni nacque la nostra seconda figlia.

L’uomo premuroso, intanto, era diventato violento con me e con i miei figli.

Mi sminuiva, mi picchiava per motivi apparenti e inesistenti. Cercavo in ogni modo di proteggere i miei figli ma ogni giorno che trascorrevamo in più con lui non faceva che peggiorare le cose.

Stava distruggendo pezzo dopo pezzo la mia identità e i nostri figli erano avvolti da una morsa di sofferenza che li soffocava.

Mi guardavo intorno e vedevo solo famiglie perfette e questo non faceva che farmi sprofondare in uno stato di sensi di colpa.

Il problema della violenza non sta solo nel dolore di subirla dal tuo carnefice ma anche nel pregiudizio che sentiamo ogni giorno su di noi, nel giudizio di chi ci trova sempre sbagliate per qualche motivo. Questo contribuisce insieme a tutto il resto a ridurre in brandelli la nostra identità e, purtroppo, quando smarrisci te stessa e smarrisci le forze non è così semplice pensare di andare via.

Quell’interrogativo che quasi come un mantra sento ripetere dalla maggior parte delle persone non ha risposte così scontate quando ti spogliano di te stessa, quando ti trasformano in una rana d’inverno.

Ma poi quando tutto è perduto d’improvviso accade qualcosa.

Una notte ho sognato il mio nome e quel nome mi ha riportata indietro alla bambina spensierata che ero e ho pensato che se avessi voluto rivedere quella me avrei potuto farlo solo andando via.

Ho preso i miei figli e sono andata a denunciare l’uomo che avevo amato e che, nel corso degli anni, si era trasformato nel mio peggior incubo, nel mio carnefice.

Le prime settimane avevo rigurgiti di sensi di colpa di colpe che non avevo.

La notte c’erano gli incubi e ho impiegato mesi prima di poter dormire tranquilla senza avere paura.

I miei figli adesso hanno una vita normale fatta di routine, di compagni di scuola, di pianti e di gioia.

Certamente non dimenticheranno tutto quello che abbiamo vissuto ma ci sono giorni in cui siamo fuori in giardino e li guardo ridere, e divertirsi mentre giocano avvolti da un raggio di sole e rivedo sui loro volti quello della me bambina e allora penso che ogni vita è degna di essere vissuta che le vittime non sono persone colpevoli ma solo sfortunate.

Penso che un giorno forse tornerò a ballare ma, nel frattempo, di notte nel mio letto finalmente in pace sogno il mio nome.

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